Per raggiungere risultati di rilievo, un’impresa tecnologica deve saper gestire e valorizzare ogni passo del proprio processo di innovazione. Ciò è ancor più vero se parliamo di biotecnologie, settore oramai indicato dai più come una delle principali frontiere tecnologiche del futuro, e che merita dunque un approfondimento.
Fare innovazione in campo biotecnologico e farmaceutico significa mettere in campo un grande sforzo in termini di investimento economico, sforzo che necessita di un lasso di tempo piuttosto lungo per tradursi in prodotti tangibili. Pare allora imprescindibile, per una giovane impresa biotech, rompere l’isolamento che troppo spesso caratterizza questo tipo di realtà, confrontandosi con un settore accademico, quello italiano, capace di fornire stimoli e risultati al pari dei grandi paesi europei. L’orientamento deve infatti necessariamente essere rivolto al prodotto, a partire dalle esigenze del mercato, siano queste espresse o meno. In quest’ottica, la ricerca è da considerarsi non come un’attività a parte, regolata da dinamiche proprie ed esclusive, bensì come un mezzo per raggiungere l’innovazione, nonché la spinta propulsiva per la definizione di nuovi prodotti.
Affinché ciò avvenga, tra le competenze fondamentali da possedere per le imprese biotech, specie se nate da poco, non vi sono solamente gli aspetti, pur importanti, commerciali e di produzione. È infatti necessario che tali imprese annoverino nel loro bagaglio competenze relative agli aspetti legali e di gestione della proprietà intellettuale, ma è altrettanto fondamentale che sappiano individuare le priorità di Ricerca di base, sia essa svolta al loro interno o demandata ad organismi terzi.
Non fa eccezione il settore delle biotecnologie per applicazioni farmaceutiche per il trattamento di patologie rare, il quale, oltre a corrispondere alle caratteristiche finora tracciate, presenta alcune peculiarità. In particolare, un’impresa che faccia suo il mandato di progettare e produrre specialità medicinali per il trattamento delle patologie meno diffuse si scontra con la ristrettezza del mercato di riferimento, spesso difficile da conciliare con la messa in campo di investimenti ingenti e continuati. Le patologie rare hanno, per definizione, un’incidenza piuttosto contenuta, variabile a seconda della zona geografica di appartenenza. Se in Europa gli standard prevedono che una patologia sia definita come rara se coglie meno di 5 persone su 10000 in un anno, la stessa soglia si alza per gli Stati Uniti a 200000 persone in un anno.
Il mandato di ADIENNE, nata nell’ottobre 2004 a Bergamo, si inserisce in tale contesto. La missione è infatti quella di gestire l’oggetto stesso della ricerca di nuovi farmaci ospedalieri atti al trattamento di patologie rare. Una possibile risposta, che sino ad oggi si è dimostrata vincente, è quella di coinvolgere a monte del processo produttivo il mondo accademico, cogliendo il potenziale espresso dalle università e dai centri di ricerca del nostro Paese. Rilevare brevetti “dormienti” all’interno delle università italiane e coltivare le potenzialità di queste ultime con relazioni dirette e specifiche offre vantaggi chiari. Tra questi, un incremento di fondi per la ricerca accademica e la creazione di una fertile interazione tra ricerca di base e applicata, che porterebbe all’abbattimento delle barriere culturali che dividono università ed industria.
Così sta avvenendo ad esempio per i farmaci orfani (prodotti non diffusi dall’industria farmaceutica per ragioni economiche ma rispondenti a un bisogno di salute pubblica) oggetto di sviluppo da parte di ADIENNE. Il primo è un nuovo anticorpo monoclonale ricombinante ad azione anti-infiammatoria dotato di un targeting molecolare che lo direziona più efficacemente al sito bersaglio. Il secondo farmaco orfano, assegnatario di un specifico finanziamento da parte del MIUR, è costituito da un nuovo anticorpo monoclonale e ha lo scopo di ridurre l’incidenza di rigetto nei trapianti di midollo osseo, aumentando quindi la probabilità di successo di un trapianto.
In via generale, il ricorso ai contributi della Ricerca in ambito accademico costituisce una pratica a doppia valenza: quella di permettere di sviluppare nuovi prodotti basandosi su risultati già certificati e, non meno importante, la possibilità di valorizzare sforzi di ricerca che altrimenti rischierebbero di giacere incompiuti.
Sono questi i motivi che ci inducono ad affermare che l’intervento pubblico dovrebbe concentrare i propri sforzi nell’incentivare una più stretta collaborazione tra le imprese, specie se ad alto contenuto tecnologico, e mondo della ricerca. Generando un contesto dal quale tutti possano trarre vantaggio.

Antonio Francesco Di Naro, Fondatore e Amministratore Delegato di ADIENNE Pharma & Biotech


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