Secondo il Presidente della Repubblica piena cittadinanza è anche eguaglianza di accesso alle nuove tecnologie. “Non basta lo smartphone”

La democrazia deve essere misurata anche sulla qualità dell’accesso del cittadino di fronte alle nuove tecnologie che plasmano la Pubblica Amministrazione. È una violazione dei diritti una burocrazia vecchia, farraginosa e sorda quanto la mancanza di una struttura informatica in grado di abbattere i tempi della decisione e della comunicazione.

Sergio Mattarella lo sa bene: è una costante del suo settennato, questo richiamare alle urgenze dei tempi nuovi in cui saper riconoscere la soluzione dei problemi più annosi.
Possono essere quelli dell’imprenditore che vuole creare lavoro e ricchezza, come quelli del pensionato che vede dipendere da un timbro o da un black-out l’erogazione dei serv izi per lui più essenziali.

È necessario avverte allora parlando al simposio del Cotec in corso a Napoli, un “salto di qualità su cui, ancora troppo spesso, si registra un ritardo delle strutture burocratiche, impantanate nella babele di gestioni dei dati separate e non interoperabili fra loro”.

La lezione di Ken Loach

Al tempo stesso c’è “la questione, molto seria, del divario digitale che vulnera gli stessi principi di accesso a una piena cittadinanza”.

DI fronte a lui, in sala, il Re di Spagna Felipe VI, il presidente portoghese Marcelo Rebelo de Sousa, i ministri competenmti di molti paesi europei.

Il settore pubblico, spiega, “deve essere consapevole, in altri termini, che la trasformazione digitale rende la sua missione più rilevante e più efficace”.

Insomma, “non una difficoltà o, peggio, una vessazione, con risultati paradossali se non drammatici, come nella storia narrata dal regista Ken Loach con il suo Daniel Blake”.

“Si tratta di una opportunità preziosa per incentivare la vicinanza delle istituzioni ai cittadini; e non può andare delusa”, prosegue il ragionamento, “fondamentale per dare efficacia più puntuale alle politiche pubbliche e, insieme, individuare i bisogni autentici dei cittadini”.

Ma questo è solo un lato della medaglia: “La fotografia della situazione, in verità, non sarebbe completa se non evidenziassimo il divario digitale esistente tra persone, territori, dimensione delle imprese, dimensione dei servizi pubblici”.

Il presidente Mattarella, tra il re di Spagna Felipe VI e il Presidente della Repubblica Portoghese Marcelo Rebelo de Sousa
Leonardo, non lo smartphone

Una “questione sociale che richiama quella degli illetterati nel nostro Paese di inizio ‘900”. In altre parole “ancora una volta la sfida è quella della cultura”.

E sia chiaro: “non può essere e non è lo smartphone il simbolo contemporaneo dei diritti di cittadinanza”.

Strumento in cui il fattore umano è solo passivo, quest’ultimo, mentre l’Europa che da secoli ha dettato al mondo la sua cultura deve il suo sviluppo alla creatività, anche del singolo.

Non a caso Mattarella chiude con un richiamo antico e molto recente.

“Celebriamo quest’anno il quinto centenario della morte Leonardo Da Vinci”, ricorda. E subito definisce il genio toscano un “genio digitale, per la sua capacità manuale, da un lato, e, dall’altro, per la sua intelligenza capace di connettere fra loro conoscenze, dati, discipline, tecniche e di finalizzarle tutte verso un nuovo umanesimo”.

Appunto: un nuovo umanesimo. Senza il quale lo smartphone rischia di essere uno strumento alienante, e la burocrazia qualcosa di alieno.

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