“Tutti i diritti riservati” significa che nessuno può utilizzare l’opera, modificarla, diffonderla al pubblico senza il consenso del licenziante.
Questo impongono di default le norme sul diritto d’autore, che negli ultimi 2 secoli hanno funzionato bene, servendo il nobile scopo di “massimizzare la diffusione delle opere creative” nel mondo dell’industria dell’informazione e della cultura (nel quale è necessario affrontare importanti investimenti per diffondere opere creative).
Le reti digitali hanno rotto questo schema ed oggi milioni di persone, da semplici consumatori, sono diventati “produttori” di contenuti che circolano sulle reti digitali.
Ormai più di 1 miliardo di persone ha accesso alla rete (http://www.internetworldstats.com/stats.htm) e una parte consistente di queste persone è anche autore di contenuti (il 35% degli statunitensi, secondo una recente indagine di Pewinternet).
Il modo in cui funziona il diritto d’autore è un problema per chiunque voglia condividere le proprie opere: bisogna superare la regola di default “tutti i diritti riservati” con una licenza che autorizza la condivisione.
Proprio per risolvere questo problema sono state concepite le Creative Commons Public Licenses (CCPL): 6 modelli di licenza di diritto d’autore, realizzate con lo scopo di favorire la diffusione di contenuti, che riservano all’autore solo alcuni e ben specificati diritti. Tutti gli altri usi sono esplicitamente consentiti: “alcuni diritti riservati”.
“Creative Commons è uno strumento del Web 2.0: un protocollo legale e tecnico che permette agli utenti del Web di creare e condividere la loro creatività come vogliono”, dice Lawrence Lessig, fondatore, insieme ad un gruppo di giuristi ed appassionati, dell’associazione Creative Commons, l’organizzazione no profit statunitense che ha lanciato il progetto nel dicembre 2002.
Negli anni il lavoro di Creative Commons si è orientato al miglioramento delle licenze (sono state rilasciate le versioni 2.0 e 2.5 e si sta lavorando alla versione 3.0) ed all’ampliamento dello spettro delle licenze disponibili (anche se le CCPL restano di gran lunga le più utilizzate).
Le CCPL non sono state pensate per uno specifico paese anche se sono, in larga parte, basate sul Copyright Act USA.
Per questo motivo, è stata lanciata da alcuni anni l’iniziativa “International Commons” (iCommons), con lo scopo di tradurre le CCPL ed adattarle alle leggi dei diversi paesi.
Oggi sono disponibili licenze per 41 sistemi giuridici diversi (il numero è in costante aumento). Il lavoro è stato realizzato con l’ausilio di istituzioni prestigiose come l’Università di Oxford (per il Regno Unito) e il CNRS (per la Francia). Il progetto italiano è gestito dall’IEIIT-CNR, presso il Politecnico di Torino.
La versione italiana delle licenze 2.0 è stata pubblicata nel dicembre 2004 e la versione 2.5 nell’aprile di quest’anno.
Ma come si usano le licenze CCPL?
Per trovare una risposta basta collegarsi al sito www.creativecommons.it ed entrare nella sezione “Pubblica”. Con pochi click si è guidati al testo della licenza più adatta alle proprie esigenze ed a chiare e semplici istruzioni su come usare le licenze.
L’autore sceglie la licenza CCPL che preferisce rispondendo a due semplici domande:
– Permetti che la tua opera venga utilizzata a scopi commerciali?
– Permetti che la tua opera venga modificata?
Oggi le licenze Creative Commons sono integrate con alcuni tra i più importanti servizi del Web (come flickr o soundclick), una importante percentuale dei Blog presenti in rete (tra i quali quello di Beppe Grillo) adotta le licenze Creative Commons ed i principali motori di ricerca (p. es: google e yahoo) permettono di filtrare i risultati di ricerca in base al tipo di CCPL. Nel dicembre 2005 Google indicizzava 39 milioni di risorse Web che puntavano alle CCPL, ma nel giugno 2006 questo numero era salito a 151 milioni: una curva di crescita esponenziale.
Insomma, le CCPL sono ormai uno strumento conosciuto ed integrato nel mondo digitale e sembrano essere una risposta efficiente al bisogno dei creatori di diffondere le loro opere.
Il MIT ha lanciato il progetto OpenCourseWare, che pubblica con licenza Creative Commons i materiali di moltissimi corsi. Anche importanti artisti hanno scelto di pubblicare opere sotto CCPL: Gilberto Gil, David Byrne e Brian Eno sono solo degli esempi. E sono ormai numerosi anche in Italia gli artisti, enti pubblici e società editrici che pubblicano opere creative utilizzando le CCPL.
Solo due esempi.
La casa editrice Feltrinelli ha pubblicato il libro “Sapere Liberato. Open Source e ricerca scientifica” del collettivo LASER utilizzando una CCPL.
Il quotidiano La Stampa di Torino ha da poco iniziato a rilasciare i suoi inserti culturali, TuttoScienze e TuttoLibri (che sono disponibili online in formato PDF sul sito del giornale) sotto licenza Creative Commons Attribuzione-NonCommerciale-NonOpereDerivate 2.5.
Un mare di musica, video, fotografie, dispense universitarie, riviste, romanzi e altro ancora reso liberamente disponibile – con poche e chiare eccezioni indicate nella licenza – grazie alle CCPL.
(Quest’articolo è utilizzabile secondo i termini della licenza Attribuzione-Condividi allo stesso modo 2.5 Italia License)

Marco Ciurcina, Docente in Diritto ed etica della comunicazione presso il Politecnico di Torino