Il paradosso italiano sulle PMI: indietro nella digitalizzazione ma “ecosistema” a supporto dell’innovazione estremamente vivace.

l livello di digitalizzazione delle PMI italiane è inferiore a quello degli altri Paesi. Addirittura in Italia solo 2 imprenditori su 10 investono regolarmente per formare il personale su ICT (Information and communication technology). Sono i dati, allarmanti, emersi dal Rapporto sulla digitalizzazione delle PMI, realizzato da COTEC Italia, Fondazione che sostiene la ricerca e l’innovazione tecnologica, insieme alla BEI (Banca Europea per gli Investimenti), con il supporto tecnico della società globale di consulenza, Oliver Wyman. Con il direttore di COTEC, Paolo Di Bartolomei, abbiamo commentato dati e ipotizzato cause e soluzioni.

Il vostro studio mostra che le PMI italiane investono meno in digitalizzazione di quelle europee, quali sono le ragioni?
“Abbiamo tentato una serie di risposte. La prima ipotesi nel nostro studio è che la causa risieda nella tipologia di molte PMI italiane che offrono prodotti e servizi dove la digitalizzazione non è sentita come un’urgenza. La seconda ipotesi è che un fattore sia il costo del lavoro più basso rispetto a Francia e Germania per esempio. La digitalizzazione e l’automazione sostituiscono i lavori di tipo ripetitivo, ma se questi lavori vengono svolti da persone e il costo è basso, allora c’è meno stimolo a investire in tecnologie. Ma secondo me c’è anche una possibile altra causa”.

Quale?
“Una resistenza culturale al ricorso alle nuove tecnologie. Non è un caso che le classifiche su questo tema, penso all’indice DESI, ci vedono sempre, come paese, nella parte bassa della classifica”.

Le faccio una domanda provocatoria, se gli stipendi bassi rallentano la digitalizzazione, allora se innoviamo aumenteranno le paghe?
“Beh è un sillogismo un po’ forzato e non è detto che accada. Sicuramente la digitalizzazione creerebbe nuove figure professionali e nuovi posti di lavoro. E già questo non sarebbe male. Inoltre aumenterebbe la produttività delle aziende. In questo contesto sarebbe più agevole una ridistribuzione delle risorse e quindi salari più alti. Anche perché la digitalizzazione presuppone un upskill o un reskill del personale che sarebbe più formato. Anche questo potrebbe favorire una rivisitazione al rialzo degli stipendi. Anche se non è automatico come processo”.

Quali sono gli effetti in questa minore propensione delle PMI italiane alla digitalizzazione?
“Le conseguenze sono, già oggi, un serio problema di competitività delle nostre imprese. Nel nostro studio abbiamo calcolato che abbiamo una produttività inferiore del 6% rispetto alla media europea. Se ci confrontiamo con Germania a Francia il dato è allarmante: abbiamo una produttività inferiore del 21% rispetto alla Germania e del 29% rispetto alla Francia. Se non c’è un colpo di reni le cose non potranno che peggiorare”.

La pandemia paradossalmente potrebbe aver aiutato?
“Sono curioso di vedere le prossime rilevazioni al riguardo. Sicuramente sembra abbia spinto nella direzione della digitalizzazione. Vedremo se questa tragedia che abbiamo vissuto avrà almeno un aspetto positivo sull’innovazione nelle aziende”.

Eppure in Italia esistono gli Hub, i centri di competenze, così come diversi incentivi (penso al piano Industria 4.0 per esempio), sono stati messi a disposizione delle aziende. Insomma gli strumenti sembra ci siano o manca ancora qualcosa?
“Questo è il vero paradosso. Spesso si punta il dito sulla mancanza di infrastrutture o sul ritardo nel campo della pubblica amministrazione. Ma se ci confrontiamo con gli altri Paesi non siamo messi peggio su questi punti. Nel nostro studio parliamo di “ecosistema” a supporto della digitalizzazione che in Italia c’è ed è molto vivace. Forse anche troppo. E il problema che abbiamo rilevato è che c’è una frammentazione sia delle strutture che posso agevolare le aziende nell’innovazione sia degli incentivi. Più che creare nuove iniziative credo bisognerebbe creare un coordinamento che aiuti le PMI a capire a chi rivolgersi per un determinato problema, aiutandole a orientarsi tra le tante offerte per scegliere quella che le serve. In questo senso si sta muovendo anche la Fondazione COTEC, che sta verificando con il MISE ed altri soggetti la possibilità di costituire un’unica fonte di informazioni per le PMI che desiderano digitalizzarsi, coordinando le risorse di tutte le parti interessate esistenti nell’ecosistema. Un altro importante servizio che si potrebbe offrire è quello di matching tra la domanda e l’offerta. Le PMI spesso non sanno a chi rivolgersi per implementare determinate innovazioni e mancano del know how per scegliere. Dall’altro lato ci sono grandi aziende che offrono soluzioni, ma non hanno la capacità di adeguare la loro offerta in modo tailor made sui bisogni delle PMI. Infine esistono aziende più piccole che offrono servizi personalizzati, ma non riescono a raggiungere i potenziali clienti. Sembra strano, ma questa mancanza di informazioni e dell’incontro tra esigenze complementari è un’altra possibile causa del nostro ritardo“.

Nel vostro studio sfatate un altro mito, ovvero che anche il Nord è indietro nella digitalizzazione…
“Differenze tra Nord e Sud ci sono. Ma se Sparta piange Atene non ride. Nel senso che, al di là delle eccellenze che sono presenti ovunque, il Sud è più indietro del Nord nella digitalizzazione. Ma anche il Nord è indietro rispetto alla media europea. Quindi, fermo restando le differenze, il problema è decisamente nazionale”.

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