La congiuntura negativa che l’economia sta attraversando comporta pesanti ripercussioni sulle risorse dedicate al patrimonio culturale. Si può andare oltre la crisi anche senza sostegno economico? Cory Doctorow sosteneva poche settimane fa che “Being a beloved institution will get you through times of no money better than money will get you through times of being an irrelevant one”.

In questo periodo critico, l’ibridazione con la tecnologia è una opportunità importante per il patrimonio culturale. È un rapporto che dura almeno da 40 anni, solo di recente entrato in una dimensione pubblica con l’avvento della digital archaeology e del web: che sia questa la soluzione del rapporto tra specialisti, istituzioni e pubblico?

Siamo di fronte a spinte contrastanti: da un lato lo svuotamento di significato del patrimonio culturale usato come vetrina per strumenti e applicazioni altrimenti inutili, dall’altro l’ottica necessariamente burocratica delle amministrazioni pubbliche che di patrimonio culturale si occupano istituzionalmente – con la necessità di modelli sostenibili a lungo termine per l’archiviazione e la gestione delle informazioni.

Per i privati è tradizionalmente difficile trasformare la cultura in opportunità di mercato, eppure non mancano i settori come editoria e turismo che ne beneficiano in modo continuato. Le imprese grandi e piccole possono rivendicare un ruolo non solo strumentale e di appalto, ma anche di progettazione e costruzione del patrimonio, dell’identità. Una società sana deve saper allargare gli orizzonti e investire sulla cultura come valore in sé: cultura e società sono una cosa sola. La rete permette forme di creatività e partecipazione il cui valore potenziale è ancora tutto da esplorare.

In questo quadro, l’esperienza del progetto IOSA va alla radice del rapporto ibrido tra archeologia e tecnologia, puntando sulla nuova opportunità di rendere pubblica questa ibridazione, uscendo dall’ambito specialistico verso un percorso di condivisione. IOSA propone dal 2004 modelli sostenibili di archeologia digitale, dalla ricerca fino alla divulgazione e valorizzazione, basati sul software open source, sull’open access alla ricerca. Dal 2009 la linea di ricerca innovativa è quella delle banche dati culturali in rete, accessibili a studiosi e cittadini: un cambiamento culturale possibile tramite innovazioni tecnologiche.

Il problema è pensare davvero in un’ottica ibrida, in cui il rapporto tra archeologia e informatica non sia né passivo né a senso unico, e trovino spazio nuove forme di condivisione e costruzione del sapere (wiki, video, mondi virtuali), rendendo fluide le barriere tra produttori e consumatori di culture nel rapporto tra archeologia e pubblico, tra informatica e archeologia, tra gestori e utenti.

Oggi più che mai archeologia significa soprattutto non fermarsi alla superficie delle cose e andare in profondità per capire. Dare a tutti la possibilità di esplorare il “lato b” dei musei, la quotidianità dello scavo archeologico vuol dire mettere tutti in condizione di costruire il proprio patrimonio culturale: sul web questo è possibile, ma è ancora quasi tutto da costruire. Senza dimenticare che il nostro mestiere è quello di cercare storie, e raccontarle.

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