La tecnologia consente nuove modalità di fruizione delle opere d’arte, sia in prossimità delle stesse, come ad esempio all’interno di un museo, che a distanza, nello spazio aperto delle città, dei siti archeologici. Analizzare i dettagli di un’opera con tecnologie interattive, accanto all’originale, magari dopo la realizzazione di un restauro durato anni, accedere contenuti aggiuntivi grazie alla realtà aumentata, di fronte ad un reperto archeologico che altrimenti non comunicherebbe molto se non agli esperti, manipolare virtualmente un oggetto con tecnologie di riproduzione tridimensionale, avere informazioni sull’edificio storico inquadrato dalla fotocamera del proprio smartphone, grazie alla georeferenziazione e al riconoscimento delle immagini, allestire mostre virtuali. Le possibilità sono veramente ampie e potremmo continuare con altri esempi.

Alcune di queste tecnologie vengono rese note e apprezzabili da player globali, come ha recentemente fatto Google con il suo Art Project. Milioni di persone familiarizzano così con queste  possibilità, entrando in contatto virtuale con le opere d’arte; nel caso suddetto un centinaio di opere per ciascuno dei circa venti musei partecipanti al progetto. Tali tecnologie, beninteso, esistono anche al di fuori del gigante della ricerca on-line e probabilmente ne esistono di migliori. Anche i contenuti, eccezionali per almeno un’opera di ogni museo, lasciano a desiderare per le altre: molti dipinti sono rappresentati con immagini di media qualità, le ricostruzioni tridimensionali degli ambienti soffrono di difetti di rappresentazione, tollerabili se il contesto è l’asfalto di una strada, un po’ meno se il pavimento è stato costruito qualche secolo fa con preziosi marmi.

Esiste quindi uno spazio di mercato da colmare, nel quale attori italiani possono esprimere la propria competenza, le proprie tecnologie, in alcuni casi utilizzando le infrastrutture globali, come ad esempio gli store per le applicazioni, in altri casi con tecnologie di prossimità, sul territorio stesso. Si pensi ad esempio a ciò che si può realizzare mescolando sapientemente il design, le tecnologie di interazione, il digitale, innestando il risultato anche in edifici storici, negli spazi urbani del territorio italiano – il “museo diffuso” – a quali competenze si possano attivare: architetti, designer, ingegneri, sviluppatori di software, storici dell’arte. E filosofi, come quelli di EntiaLab, Laboratorio congiunto di Ontologia Applicata, costituito con il Dipartimento di Filosofia dell’Università di Firenze, del quale Centrica è azienda di riferimento. Con loro stiamo affrontando il tema della rappresentazione e dell’elaborazione della conoscenza qualora l’informazione di base sia costituita e dispersa all’interno di contenuti multimediali, anche in modo dipendente dalla tipologia dell’attore della fruizione. Nuove applicazioni, di matrice italiana ma con respiro globale, stanno nascendo grazie all’interazione tra discipline. L’Italia ha un’opportunità unica: quella di sfruttare la propria naturale vocazione culturale per affermarsi nell’ambito delle tecnologie per la valorizzazione del patrimonio artistico. Un’opportunità che è ora di cogliere.

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