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Rapporto “Il ruolo del Capitale Umano nel settore ICT”

La Fondazione Ugo Bordoni (FUB) e la Fondazione per l’Innovazione Tecnologica Cotec hanno promosso un progetto di ricerca per analizzare il ruolo del capitale umano nel settore ICT, con l’obiettivo di esplorare le dimensioni della presunta carenza di competenze (skill shortage), focalizzando l’attenzione sui laureati in ingegneria (elettronica, informatica, gestionale, di telecomunicazioni). La ricerca ha coniugato aspetti quantitativi e qualitativi: sono stati analizzati i dati più recenti sull’offerta di laureati (dati Alma laurea) e sulla domanda (dati Excelsior); successivamente sono state effettuate 15 interviste in profondità su un campione qualitativo di imprese (privilegiando i player più importanti del settore) e di università. Il quadro emerso ha consentito di delineare alcuni aspetti chiave del fenomeno e possibili spazi di intervento per policy istituzionali di seguito sintetizzati.

1) Non sembra emergere un problema di skill shortage riferito ai laureati in ingegneria, o ameno la questione appare molto ridimensionata. Questa affermazione sembra sufficientemente corroborata dai dati e testimonia la difficoltà del sistema produttivo italiano ad assorbire laureati in discipline scientifiche. In particolare, considerando l’ultimo quinquennio, si osserva che:

  • il sistema universitario “produce” in media circa 300.000 laureati l’anno di cui circa 80.000 in discipline scientifiche (28%). Di questi, circa 36.000 sono ingegneri (12% del totale laureati);
  • la stima dei fabbisogni professionali da parte delle imprese e dell’industria è di circa 550.000 lavoratori l’anno di cui circa 65.000 laureati (12%). Di questi, circa 20.000 sono ingegneri (dati Excelsior 2010);
  • il confronto fra domanda e offerta per i laureati in ingegneria (segmento più forte dei laureati nel mercato del lavoro) mostra una domanda inferiore (o nella migliore delle ipotesi allineata) all’offerta; tutte le altre lauree mostrano invece un’offerta di gran lunga superiore alla domanda (vedere figure seguenti). A tre anni dalla laurea, inoltre, il tasso di disoccupazione degli ingegneri è stato dell’1% fino a due anni fa per crescere fino al 2,9% nell’ultimo biennio per effetto della crisi economica del 2009; per le altre lauree si toccano valori prossimi al 10%;
  • una volta assunti, solo la metà degli ingegneri e dei laureati in discipline scientifiche svolge mansioni e compiti che richiedono l’uso delle competenze acquisite nel corso degli studi (per le altre lauree ancora meno), l’altra metà degli assunti svolge compiti assai meno complessi;
  • le retribuzioni nette a tre anni dalla laurea specialistica si attestano, per le lauree in discipline scientifiche, intorno ai 1.300 euro mensili mentre per i rami dell’ingegneria intorno ai 1.500 euro mensili: tali valori testimoniano anch’essi un’offerta debole in termini contrattuali;
  • infine, se si guarda la serie storica dei laureati in ingegneria a partire dai primi dati disponibili (1926), si nota come la percentuale sul totale sia rimasta molto stabile nel tempo (intorno al 12% dei laureati complessivi).

Combinando questi dati il tema dello skill shortage appare ridimensionato. L’approfondimento qualitativo presso alcune aziende leader dell’ecosistema ICT ha confermato questa tendenza: le aziende intervistate da un lato non hanno difficoltà a reperire giovani ingegneri, dall’altro si dichiarano molto soddisfatte dei laureati assunti a testimonianza del buon grado di funzionamento degli atenei italiani, almeno con riferimento ai corsi di laurea in ingegneria.

2) Nella seconda parte della ricerca il tema dello skill shortage è stato collegato al modello italiano di specializzazione. E’ emerso che il nostro modello, seppur centrato su produzioni tradizionali (il made in Italy per intenderci), riesce ancora a resistere agli attacchi della globalizzazione e recitare un ruolo importante nel commercio internazionale proponendo, in alcuni settori, imprese eccellenti. Tali imprese sono quelle che, a prescindere dal settore in cui operano, hanno puntato con decisione sulle ICT come abilitatori di nuovi modelli di business. E questo sia per i settori tradizionali del nostro export (calzature, tessile, agro-alimentare, ecc.) che per la meccanica, la metallurgia, la chimica. Forse è proprio in questo specifico ambito che sembra annidarsi una genuina questione di skill shortage: l’incapacità manageriale, cioè, di utilizzare al meglio le tecnologie IT e i servizi di telecomunicazioni in relazione alle proprie aree di business.

L’analisi documentale ha mostrato in particolare come esista un vero e proprio modello italiano di fare impresa che, se innervato in modo sapiente di ICT, può giocare ancora un ruolo importante e assicurare un notevole vantaggio competitivo all’impresa italiana. E’ un modo di fare impresa incentrata sulla “dimensione artigiana”, da intendersi non tanto nell’accezione dimensionale bensì come spazio intessuto di saper fare, creatività e personalizzazione. E’ lo “scrigno delle competenze”, proprio di ciascuna impresa a prescindere dall’essere micro, media o grande impresa. Notevole è ormai l’insieme di ricerche che evidenziano di quanto sapere artigiano siano innervate le imprese italiane, dal sistema moda alla meccanica di precisione. Tutto questo è coerente con l’asset per eccellenza del nostro sistema paese: l’unicità del nostro territorio, della nostra cultura, delle nostre tradizioni che solo per semplificare definiamo “made in Italy” ma che innerva il modo italiano di vivere e di fare impresa, quell’impasto sapiente che fa sì che un prodotto italiano (dall’industria, all’artigianato, al turismo) sia considerato “unico”. In questo senso, i prodotti (ma anche i servizi) risultano sempre più intessuti di storie, tecnologie, cultura, arte e la loro fruizione diventa pertanto un fatto esperienziale in cui le componenti simboliche e valoriali diventano prevalenti nella soddisfazione dei bisogni da cui origina la loro domanda. 

3) Di qui partono una serie di riflessioni che coinvolgono le possibili policy istituzionali.

La prima sul lato dell’offerta. Il sistema complessivo della formazione (scuola superiore, università, ricerca) dovrebbe cominciare a riflettere sul perché i giovani diplomati e laureati abbiano così forte difficoltà a inserirsi nel mondo lavorativo (ciò vale anche per gli ingegneri e i laureati delle discipline scientifiche!) mentre il sistema delle imprese, quelle impegnate sulla sfida della qualità e del prodotto “italiano” lamentino un’endemica mancanza di manodopera specializzata che attraversa sia le professioni artigiane tradizionali (dagli installatori di infissi e serramenti ai tagliatori di pietre o di tessuti, dai marmisti ai modellisti, ecc.) che le professioni ICT (informatici, ingegneri, esperti di marketing e internazionalizzazione). Da un lato c’è forse bisogno di una cultura politica e formativa che restituisca un nuovo e significativo valore sociale alle professioni artigiane tradizionali, almeno alla pari con le professioni intellettuali che sempre più non risultano in grado di assicurare occupazione. La scuola, almeno per una sua parte, dovrebbe poter indicare percorsi praticabili che formino ai mestieri che il mercato richiede. Dall’altro – ed è quello che più interessa in questa sede – c’è il tema della formazione di competenze ICT che siano in grado di integrarsi con il nostro modello di specializzazione. Si fa qui riferimento a tutte quelle figure (ingegneri, sistemisti di reti, programmatori e sviluppatori) che fungono da cinghia di trasmissione dell’innovazione ICT nei contesti organizzati. Sul sistema complessivo della ricerca, infine, va osservato che buona parte dei ricercatori è impegnata in realtà che hanno poco a che vedere con il sistema produttivo italiano; di conseguenza, le imprese non sanno (e quasi certamente non possono) utilizzarne i risultati. In più, la ricerca italiana, pubblica e privata, risulta assai frammentata. Di qui un possibile spazio per interventi tesi ad avvicinare due mondi che sembrano parlare due diversi linguaggi. La seconda area di intervento è sul lato della domanda. Allineare l’offerta di competenze prodotte dal sistema formativo alla domanda e ai fabbisogni lavorativi è necessario ma non basta. Il nostro tessuto produttivo deve essere accompagnato nei processi di “atterraggio” nei nuovi mercati: la Cina, l’India, il Brasile. In questo senso, il ruolo delle istituzioni potrebbe essere decisivo: non è infatti pensabile che le piccole e medie imprese italiane siano in grado di realizzare da sole le proprie reti di commercializzazione e distribuzione in territori così distanti sia dal punto di vista spaziale che culturale.

La terza area di intervento è specifica al terreno delle ICT. La perdita dell’industria manifatturiera ICT se da un lato è stato un duro colpo per il nostro modello industriale, dall’altro ha prodotto una buona industria dei servizi ICT e Tlc, soprattutto nel settore radio mobile. Occorre a questo proposito individuare un’azione pubblica di grande respiro che veda coinvolti gli attori pubblici e privati e che miri a realizzare grandi progetti nazionali. Un esempio potrebbe essere la televisione digitale ad altissima definizione, integrata con le più moderne forme di interattività, on-demand, di social networking e di servizi web. Un progetto di così ampio respiro potrebbe agire da attrattore e catalizzatore di risorse pregiate con ricadute assai positive sul sistema economico complessivo.

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