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Rapporto “La cultura dell’innovazione”

Il Rapporto 2017 sulla cultura dell’innovazione concentra la sua attenzione sulla disponibilità degli italiani ad aderire ai nuovi schemi che si vanno affermando nei diversi campi di azione. La sua esplorazione nei diversi segmenti della società è fondamentale perché indica la strada per far crescere il desiderio di investire nel nuovo, di mettersi sotto sforzo accettando nuove sfide. In altre parole, è la porta stretta per alimentare una “voglia di futuro” senza la quale crescita e progresso sociale rischiano di rimanere semplici parole. Il Rapporto si articola su tre capitoli principali. Nel primo si riportano gli orientamenti e le opinioni relativamente al dipanarsi complessivo dei processi innovativi e al loro impatto sui fenomeni sociali. Nel secondo l’attenzione si focalizza sulle trasformazioni digitali e sulla loro applicazione ai servizi erogati dalla pubblica amministrazione ai diversi livelli. Il terzo capitolo affronta la questione energetica con tre diverse chiavi di lettura: l’accettabilità sociale degli impianti e delle infrastrutture, il modo con cui l’innovazione sta cambiando i parametri di riferimento nelle scelte dei cittadini, la fiducia nel futuro e gli scenari energetici ritenuti più verosimili.

Innovazione e processi sociali: una questione che divide

La gran parte delle opinioni degli italiani si polarizza sull’idea che le innovazioni degli ultimi vent’anni abbiano impattato positivamente sull’economia e la società italiana determinando però anche alcuni piccoli problemi (57,9%). Un sostanziale equilibrio tra i benefici apportati e i problemi generati viene segnalato dal 20,3% degli intervistati. Completano il quadro le opinioni estreme, quelle degli “autentici tifosi” dell’innovazione, concentrati unicamente sulla sua valenza positiva (14,2%) e quelle dei “nostalgici” del passato che riescono a vedere “più problemi che benefici” nei processi innovativi (7,3%). Ma i processi di innovazione producono nuovi divari sociali o contribuiscono a ridurre i divari esistenti? Su questo tema gli italiani si dividono a metà: il 51,4% ritiene che li amplifichi, mentre il 47,8% è invece convinto che contribuisca a ridurli. Le variabili socio-economiche influenzano notevolmente le posizioni espresse: tra i ceti sociali più bassi cresce la quota di coloro che teme un’amplificazione dei divari (66,7%). Anche per quanto concerne le ricadute dei processi innovativi sulle opportunità di lavoro, una quota degli italiani non nasconde le proprie preoccupazioni. Il 37,8% degli intervistati (comprendente le classi d’età dai 18 e agli 80 anni) è convinto che processi di automazione sempre più spinti e pervasivi determineranno un saldo negativo di posti di lavoro. Al contrario, il 33,5% degli intervistati ritiene che le opportunità aumenteranno in uno scenario di nuovi lavori ancora per gran parte inesplorato. Completano il quadro coloro (il 28,5% del totale) che ritengono che i posti di lavoro nel complesso non varieranno in termini numerici e che il cambiamento riguarderà semmai il tipo di lavoro. Le posizioni che sottendono le maggiori preoccupazioni sono riscontrabili, anche in questo caso, tra le famiglie di livello socio-economico più basso e tra le persone che non dispongono di titoli di studio elevati.

Sicurezza, libertà, democrazia: il ruolo delle tecnologie digitali

Una rapida penetrazione delle tecnologie digitali che per mettono di monitorare l’andamento della vita collettiva nei suoi aspetti più minuti, consentendo di fatto un controllo su tutto quanto accade, viene considerata dagli italiani altamente auspicabile. Le preoccupazioni per la micro-criminalità, reale o percepita che sia, e la minaccia del terrorismo che randomizza sempre più la sua azione stanno spostando decisamente il pendolo tra libertà e sicurezza verso quest’ultima. Dunque, ben vengano le tecnologie digitali che garantiscono maggior controllo anche se – nella loro tracciatura di tutto quanto accade – potrebbero sottrarre qualcosa alla nostra privacy e libertà di movimento. La questione è certamente molto complessa, controversa e dibattuta. È però un fatto che il 40,8% degli italiani valuta positivamente la penetrazione in ambito urbano delle tecnologie che consentono un maggior controllo sulla vita collettiva. Inoltre, il 43,8% dichiara di adattarsi volentieri ad un maggior controllo, a patto che questo coincida con una maggior sicurezza. Queste posizioni si amplificano tra la componente più anziana della popolazione. Per contro, paventa una possibile riduzione della libertà individuale solamente il 15,4% degli italiani (che tuttavia superano il 20% considerando esclusivamente le giovani generazioni). L’altro aspetto su cui l’indagine offre delle risposte riguarda la questione del legame tra le tecnologie digitali e i processi democratici. Al riguardo le posizioni sono meno nette: il 36,7% degli italiani è convinto che si determinerà una sinergia positiva grazie ad un più agevole e più diffuso accesso alle informazioni. Un ulteriore 34,0% di cittadini ritiene che i processi democratici non saranno influenzati più di tanto dalle nuove tecnologie. C’è però anche “un’area della preoccupazione” rappresentata da coloro (il 29,3% del totale) che ritengono possa aumentare l’esclusione da alcuni processi di rappresentanza democratica per le fasce di popolazione non in grado di utilizzare le nuove tecnologie o non raggiunte concretamente da quest’ultime.

Cittadini e PA: un rapporto problematico che la digitalizzazione non riesce ancora a cambiare

Allo stato attuale il rapporto tra gli italiani e la PA rimane comunque problematico. Pur chiedendo espressamente di far riferimento esclusivamente alla propria esperienza diretta, oltre la metà dei cittadini italiani ritiene che la pubblica amministrazione abbia dei problemi importanti nel suo funzionamento e quindi ne giudica l’operato in maniera negativa. Un ulteriore 18% ritiene che il funzionamento sia addirittura “pessimo”. Il 24% ritiene accettabile l’operato della PA mentre si dichiara soddisfatta soltanto una quota residuale (pari al 3% del totale). Sono quattro i fattori principali che sono alla base dell’insoddisfazione per i servizi erogati dall’amministrazione pubblica: organizzativo, umano, politico e burocratico. Il campione si divide quasi esattamente fra questi quattro fattori tralasciando invece l’elemento della digitalizzazione dei processi. Soltanto il 3% degli intervistati ha indicato questo come fattore decisivo nel definire la propria insoddisfazione verso i servizi della PA. Complessivamente la maggioranza della popolazione (59%) ritiene che, nonostante tutti i cambiamenti e le innovazioni tecnologiche in atto nella PA, la situazione sia rimasta complessivamente stabile. Chi, invece, intravede dei cambiamenti ritiene che l’esperienza generale sia addirittura peggiorata (27%). Soltanto il 14% dichiara di aver notato negli ultimi due anni un miglioramento rispetto al passato.

Scenari energetici: la consapevolezza dei cambiamenti in atto

L’ultimo tema su cui si è mossa l’indagine, basato sulla raccolta di opinioni in merito agli scenari energetici del futuro, presenta esiti sorprendenti, in alcuni casi configurando scenari di netta discontinuità rispetto alla situazione attuale. Guardando alle due affermazioni che configurano gli scenari ritenuti più probabili dalla maggior parte degli italiani, si evidenzia un forte “endorsement” verso le nuove tecnologie e le nuove scoperte. Il 65,6% degli italiani è convinto che diventeremo tutti in qualche modo produttori di energia in uno scenario no-grid (o smart-grid), dove la produzione di elettrica – e non il solo consumo – diventerà un fatto collettivo. In merito all’impatto ambientale della produzione e degli usi energetici la maggioranza degli intervistati (57,6%) è convinta che grazie all’innovazione tecnologica avremo finalmente tutta l’energia di cui abbiamo bisogno senza impatti significativi sull’ambiente.

Non mancano anche le adesioni agli scenari più apocalittici:
• il 52,3% pensa che l’energia sarà oggetto di razionamento e i costi d’accesso diventeranno molto elevati;
• Il 36,4% ritiene molto probabile che nel 2050 il possesso di un’auto sarà garantito solo alle fasce benestanti di popolazione (sostanzialmente un ritorno alla Cina di 20 anni fa…).

Quello che sembra importante rimarcare in questa sede è la profonda e diffusa convinzione che nei prossimi trent’anni gli scenari energetici sono destinati a mutare in profondità. Per i più ottimisti il mutamento sarà gestibile, controllabile e non impatterà profondamente sui processi sociali grazie soprattutto all’evoluzione tecnologica. Una quota per nulla trascurabile di pessimisti ritiene invece che il cambiamento ci sarà, ma soprattutto nei termini di un più oneroso accesso alle risorse energetiche e di un conseguente e addizionale aumento dei divari sociali.

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